I tecnicismi a servizio della creatività.

Per realizzare un buon prodotto, una conoscenza approfondita delle tecniche che si stanno usando è imprescindibile e ci permette di distinguere un lavoro professionale da quello amatoriale. Ma basta davvero studiare?

La conoscenza dello strumento, se non guidata da un senso più profondo (come la creatività, la sensibilità o il proprio talento), rischia di essere fine a se stesso e dare alla luce prodotti vuoti, senz'anima. Per come concepisco lo sviluppo creativo di un progetto, l'incipit che fa scattare la scintilla deve avere toni puramente basilari ed emotivi, per poi andare a selezionare le tecniche più adatte per trasmettere quello che si ha in testa al pubblico che guarderà il video.

Spesso invece, siamo talmente fagocitati da una sorte di competizione tra noi stessi, che dimentichiamo che il successo di un prodotto non è valutato da persone del campo, ma da gente che ha come unico metro di giudizio la propria sensibilità. 

Essere fanatici del proprio strumento rischia di limitare il ventaglio di possibilità, perché si pensa alla soluzione passando unicamente per quella strada, quando invece basta alzare gli occhi per scoprire che ci sono centinaia di scorciatoie più affascinanti e decisamente più incisive. Il vero creativo credo debba essere in grado di vedere la famosa "big picture", con un'attenzione sì ai dettagli, senza però diventarne succubi.

Bisogna saper selezionare quale tecnicismo è davvero fondamentale per trasmettere il sentimento voluto ed evitare di cadere nel processo inverso, perché perderemmo il focus sull'obiettivo, incastrandoci in voli pindarici che nessuno noterebbe.

Nella mia personale esperienza, i lavori di successo sono nati nel momento in cui si è creata la situazione dove sia io che il cliente vedevamo chiaro l'obiettivo, permettendomi così di valutare che strumenti utilizzare per ottenere quel traguardo senza troppe paranoie.

Quindi i tecnicismi saranno sempre un mezzo indispensabile per creare prodotti professionali, purché siano a servizio delle proprie idee ed utilizzati per ottenere un risultato ricco sia di qualità che di sostanza.

Il video è fatto per chi lo guarda.

Navigando per i vari siti aziendali, mi capita spesso di imbattermi in video che - dovrebbero - raccontare l'azienda ai visitatori del sito. Una sensazione che mi torna ricorrente quando osservo queste produzioni è che più un "raccontare chi siamo", siano dei video fatti per gasare l'azienda stessa, ma che difficilmente trasmettono qualcosa al pubblico (ovvero chi guarda il video), né danno la possibilità di capire di cosa si tratta l'azienda in questione: musiche epiche, fotografie in sequenza, soggetti che cambiano di continuo, e via discorrendo.

Non vorrei essere perentorio - forse un po' sì - ma sono fermamente convinto che un video aziendale, inteso come strumento di comunicazione, non deve essere fatto per sé stessi, né per l'azienda e né per chi lo realizza. Un video aziendale deve raccontare la storia, le persone che rendono possibile tutto questo, la genialità dietro i prodotti, la peculiarità che quell'impresa ha rispetto ai concorrenti. Ma per farlo, bisogna concentrarsi su chi guarderà quel video, non su chi lo produce.

Quando si realizza un video è necessario chiedersi quasi allo sfinimento: "Questa scelta stilistica che impatto avrà sul pubblico? E questa musica cosa trasmetterà? Quanto dovrei parlare per tenere alta l'attenzione?". Il tutto facendo un grande lavoro di immedesimazione.

Non a caso, ritengo che i micro documentari siano uno strumento che per forza di cose va a rispondere in maniera positiva a tutte queste esigenze, perché ti obbliga a raccontare chi sei e far uscire il lato umano, il fulcro di qualsiasi realtà, aziendale e non.

Raccontare una storia, la vostra storia, sarà più appassionante di una colonna sonora da film, di scritte impattanti o di transizioni con effetti ottici mai visti. Perché le persone che guardano un video non vogliono essere stupite. Vogliono essere emozionate.